Nel WWDC 2018 Apple ha messo al centro la privacy degli utenti

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La privacy e il marketing hanno da sempre un rapporto conflittuale e le speculazioni sulla prima nascono proprio nel contesto del marketing. L’aspetto della riservatezza delle informazioni personali del singolo, o dell’utente, si pose tra le prime volte quando nello scorso secolo, una nota azienda americana, si rese conto che poteva carpire informazioni altamente private, come la gravidanza, semplicemente monitorando gli acquisti che effettuava la donna. Nel caso specifico, le clienti in stato interessante cessavano di comprare prodotti contenenti profumi e sulla base di questa deduzione (peraltro corretta) l’azienda inviava a casa della donna un pacchetto regalo di prodotti per il nascituro, anche contro la volontà della donna di rivelare il suo stato di gravidanza ai conviventi.

Una violazione della privacy così evidente, oggi potrebbe sembrare altamente scandalosa, considerate le migliaia di e-mail che ognuno di noi ha ricevuto nelle settimane scorse da parte degli altrettanti numerosi siti a cui sbadatamente (o forse no) ci siamo iscritti, che ci assicuravano che la nostra privacy era tutelata.

Apple ha messo al centro la privacy 1

Tuttavia, prima di allora il problema non si era mai posto, perché mai nessuno aveva minimamente pensato che fosse necessario, considerandolo per di più lecito, anche a fronte delle più “benevole” intenzioni, invadere lo spazio delle scelte personali del cliente con prodotti mirati.

Le leggi sulla privacy, intese come il  complesso delle norme che regolano la tutela e l’utilizzo dei dati personali, sono quindi, una conquista relativamente recente. L’indignazione che queste prime violazioni hanno suscitato,  ha lasciato il posto nel tempo ad una quasi indifferenza. Il disinteresse condiviso dalla maggior parte degli utenti ed esacerbato dal web che facilita molto l’agire quotidiano (tant’è che oggi si parla di mente estesa, di smartphone come prolungamento del braccio) offre un rovescio della medaglia tutt’altro che confortevole. Le nostre informazioni che volontariamente cediamo alle varie piattaforme, social o meno, freneticamente usate nell’arco della giornata, rappresentano il prodotto che noi vendiamo in cambio dell’accesso gratuito ai servizi.

Non solo, informazioni non volutamente condivise possono essere dedotte anche sulla base delle ricerche e delle opinioni che ci preoccupiamo di fornire sotto forma di “mi piace” o addirittura di “condivisione”. In questo calderone di tracce che il nostro accesso a internet lascia, si può dedurre come un’impronta, quasi identificativa come quella digitale, sebbene meno specifica con la quale siamo etichettati, il fantomatico “trackable ID”. Così la privacy prende il largo e si viene identificati univocamente, oserei dire, traditi dai nostri gusti e dall’hypertexting a cui sottoponiamo ogni giorno il nostro cervello.

In particolare, se visitiamo un sito e poi successivamente un altro e un altro ancora, l’insieme di questi, permette di delineare un “profilo”, al quale Google, Facebook e affini assegna un ID, un numero identificativo e il dato è reso più accurato dalle informazioni  prelevate, dietro non so fino a che punto consapevole consenso, dalle varie applicazioni (Google Foto, Gmail, YouTube, etc).

Il Keynote Apple, svoltosi a San Jose, fa leva, in una conferenza che ha assunto meno i toni sensazionalistici dei vecchi tempi, proprio su queste tematiche: quanto è etico sacrificare il diritto alla privacy che ciascuno di noi detiene, in quanto persona giuridica e quindi con diritti e doveri, per assecondare le mere leggi del mercato? Inoltre, è lecito (retoricamente) che qualcuno si arroghi la facoltà di scegliere di calpestare questo diritto inferendo informazioni a partire da dati che senza consapevolezza sufficiente forniamo? Chi pensa di dare un’informazione personale quando visita un sito?

Apple ha messo al centro la privacy 2

Apple ha presentato una nuova funzionalità di Safari che offusca l’identità delle persone durante la navigazione, impedendo ai siti di usare l’accesso e “venderlo” come informazione a terzi. Senza consenso, ovviamente. Questo dato di accesso, assieme agli altri, permette, attraverso un incrocio di “fingerprints”, di dipingere un quadro di insieme e associare quel Mare Magnum di ricerche ad un identificativo.

Questa politica abbracciata già l’anno scorso dall’azienda, trova compimento nelle recenti implementazioni del browser Apple, come ampiamente esposto il 4 giugno in una conferenza senz’altro più “noiosa” ma senza dubbio più attenta riguardo i diritti dell’utente.

Con il nuovo sistema operativo Apple, macOS 10.14 Mojave, inoltre, le app sono obbligate ad ottenere il consenso all’accesso alle diverse funzioni del dispositivo, dalla fotocamera al microfono. Chi ha avuto modo e interesse nel provare la versione beta del nuovo macOS, ha infatti ricevuto richieste di tal sorta dalle diverse applicazioni installate sul dispositivo: fa pensare che Gmail chieda l’accesso al microfono (se solo alcune e-mail potessero parlare), quasi a dar ragione a coloro che, nel tentativo di difendersi da fantomatici complotti internazionali delle multinazionali (così lontani poi dalla realtà?), mettono il nastro isolante sulla fotocamera del computer (Dio non voglia qualcuno mi spii!).

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Informazioni autore

Ingegnere Informatico laureato presso il Politecnico di Milano. Appassionato di tecnologia e programmazione. Esperto e utilizzatore dei prodotti Apple ma anche di Android e Linux.

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