Non sei il cliente di Facebook, ma il suo prodotto

Nel corso delle ultime settimane, istituzioni ed utenti hanno espresso rabbia e sconcerto per lo scandalo che ha coinvolto Cambridge Analytica, una società di consulenza britannica esperta nell’analisi di grandi quantità di dati provenienti da Facebook. Molte delle critiche che sono state mosse, mettono in evidenza uno degli aspetti più critici di tutti i servizi gratuiti che vengono utilizzate sul web: lo sfruttamento e la commercializzazione dei dati personali, fulcro delle piattaforme dei social media.

Facebook e Cambridge Analytica non sono gli unici responsabili di quanto accaduto. Tutto il web come lo conosciamo oggi si fonda sulle stesse basi. Ti sei mai chiesto quale sia il modello di business di un prodotto che puoi utilizzare in maniera completamente gratuita? Facebook, WhatsApp, Twitter ma anche i servizi di Google o YouTube si basano tutti sullo stesso principio: la raccolta di quanti più dati possibili degli utenti che accedono alla piattaforma. L’obiettivo è quello di rivendere i dati agli inserzionisti.

facebook

Facebook rimane una delle aziende con più valore economico al mondo. Ma da dove deriva questo enorme volume di utili se il prodotto che propone è usabile gratuitamente? Considera che i suoi 1,4 miliardi di utenti attivi al giorno non pagano nulla per l’accesso alla piattaforma, indipendentemente da quanto la usano. È gratuita da cima a fondo. La risposta è molto semplice: i guadagni provengono esclusivamente dagli annunci pubblicitari. E l’intero vantaggio di Facebook nella vendita di annunci è che, poiché la sua base di utenti è così grande, può garantire agli inserzionisti la possibilità di scegliere la clientela che desidera, potendo filtrare le persone che vedranno la pubblicità in base ai loro interessi.

In questo modo possono essere proposte pubblicità mirate agli utenti che navigano sul web. Ogni inserzione è personalizzata a seconda degli interessi delle persone che stanno navigando su internet, dell’età, del sesso, dello stato sociale, del luogo ecc.. Ogni singola informazione personale viene ceduta a società esterne che possono utilizzarle a loro piacimento.

Viene a mancare il diritto alla privacy. Per rendere chiaro questo concetto mi piace usare una metafora molto semplice. Immagina una persona che ti segue di nascosto e prende nota di tutto quello che fai durante la giornata. In questo caso si parlerebbe certamente di stalking e la persona potrebbe sicuramente essere denunciata. Questo è esattamente l’atteggiamento che molte compagnie tecnologiche hanno nei nostri confronti. Prendono traccia di tutte le nostre attività sul web. Non solo di quello che intenzionalmente carichiamo (come ad esempio foto e video) ma anche di tutto il resto, come la cronologia di navigazione, gli acquisti effettuati, i video visualizzati e molto altro. L’unica differenza è che tutto ciò viene fatto alla luce del sole e nessuno si è mai lamentato. Sapevi che Facebook memorizza tutte ciò che scrivi sul loro sito anche se poi non vengono pubblicate?

Negli ultimi anni è cambiato completamene il paradigma della pubblicità. Si è passati dal vecchio concetto dello spot pubblicitario, mandato in onda in TV oppure pubblicato sulle riviste cartacee e visualizzato anche da persone poco interessate al prodotto, alla possibilità di creare annunci personalizzati a seconda dei gusti degli utenti e visualizzarlo solo a chi potrebbe essere realmente interessato. Se da un lato si possono vedere solo vantaggi per gli utenti, è bene considerare anche l’altra faccia della medaglia. Grazie a tutti i nostri dati che le aziende di pubblicità posseggono, possono facilmente influenzare l’opinione pubblica. Ed è proprio quello che è accaduto con lo scandalo di Cambridge Analytica e le ultime elezioni americane.

Ad esempio, chi si occupa di gestire la campagna elettorale di un politico, può decidere di sponsorizzare alcuni contenuti indirizzati alle persone a seconda delle loro preferenze. Sapendo che Mario Rossi ha opinioni a sfavore dell’euro ma contro l’immigrazione mentre Francesco Bianchi ha opinioni favorevoli agli immigrati ma è a sfavore dell’euro, nel corso della campagna elettorale, potendo avere accesso alle preferenze di Mario Rossi e Francesco Bianchi, chi gestisce le campagne social  può sponsorizzare dei contenuti in cui il politico di turno parla a favore dell’euro ma contro gli immigrati a Mario Rossi mentre a Francesco Bianchi potrebbero essere proposti dei contenuti con idee contrarie. In questo modo si riesce ad ottenere il consenso di entrambe le persone.

Ma dovremmo meravigliarci del fatto che Facebook abbia consentito l’accesso ai dati personali di 50 milioni di persone a società esterne? Dopotutto, Facebook ha venduto tali accessi agli inserzionisti per molti anni. I dati che il social network ha raccolto su di noi sono disponibili anche ad entità esterne alla società. Nel 2007, Zuckerberg ha aperto la piattaforma Facebook agli sviluppatori di terze parti, che da quel momento hanno avuto la possibilità di poter interagire con gli utenti e ottenere l’accesso ai loro dati su larga scala.

Uno dei aspetti più assurdi di questa vicenda, è che gli sviluppatori avevano accesso non solo ai dati delle persone che usavano le loro app su Facebook ma anche i dati degli amici. In questo modo Cambridge Analytica, con una sua applicazione lanciata qualche anno fa, ha sfruttato 272.000 utenti per accedere ai dati personali di 50 milioni dei loro amici.

Cambridge Analytica non è stata la prima né tantomeno l’unica società ad aver utilizzato i dati personali prelevati da Facebook. Il punto chiave di tutta questa vicenda è questo: quando il servizio è gratuito, non sei il cliente. Tu sei il prodotto.

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Informazioni autore

Ingegnere Informatico laureato presso il Politecnico di Milano. Appassionato di tecnologia e programmazione. Esperto e utilizzatore dei prodotti Apple ma anche di Android e Linux.

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